“The Architecture of speed – Paul Jaray and the shape of necessity”: in mostra la storia del progettista che rivoluzionò la forma delle auto (ma venne dimenticato)

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Camminando in Riva dei Sette Martiri sono incappata per puro caso in una delle mostre più belle che abbia avuto la fortuna di visitare negli ultimi tempi.

Per carità, sarò di parte, perché amo le auto e, da ingegnere, mi affascina il processo della loro progettazione, ma credo che questa temporanea possa davvero essere considerata una vera e propria chicca nel panorama attuale.

La mostra accompagna nella vita e nell’opera di Paul Jaray, ingegnere austriaco dai tantissimi talenti che ha saputo rinnovare il car design, partendo da esigenze pratiche e arrivando a una forma aerodinamica ad altissima efficienza.

Jaray nasce a Vienna in una famiglia ebrea di Praga; si specializza in Ingegneria e lavora molto nelle gallerie del vento, applicando i concetti di aerodinamica agli zeppelin e agli aeroplani. Da qui alle auto il passo non è breve ma lui osa compierlo, e nel 1921 brevetta la prima auto aerodinamica fusiforme con proporzione 1:6.

Sono anni in cui le auto assomigliano più a rassicuranti carrozze senza cavalli, e la forma di Jaray è qualcosa di estremamente distante, aliena agli occhi che non vi sono abituati. Quella fusiforme è una conformazione che aiuta lo scorrimento laminare dell’aria, riduce la turbolenza, risultando quindi più efficiente, meno inquinante e consentendo di raggiungere velocità più elevate.

Il progetto inizialmente viene accolto male sia dagli esperti, sia dal pubblico, risulta troppo dirompente. Lui però crede fortemente nella sua idea, basata su studi fisici-matematici e in grado di dare una risposta a esigenze reali (appunto il miglioramento delle prestazioni).

Nel 1935 sulla Firenze Mare una sua vettura, soprannominata Lucca Wagon, raggiunge i 320Km/h, una velocità incredibile per l’epoca.

La forma diventerà poi iconica, rappresentando il futuro e diventando un vero e proprio stile, lo “Streamline”, che sarà richiamato nel design degli anni ’40 e ’50 anche quando non necessario (in mostra vi sono diversi esempi di oggetti Streamline per cui l’aerodinamica non è un requisito utile).

Jaray morirà nel 1974 sconosciuto e povero; i suoi progetti verranno infatti ripresi da Audi tacendo il vero ideatore (ebreo).

Nel corso del suo processo di progettazione scrisse anche della necessità di ottimizzare l’utilizzo dei carburanti e di porre attenzione all’esaurimento dei combustibili, percorrendo i tempi di quasi un secolo.

Oltre al suo essere ebreo, pagò anche la sua troppo forte convinzione di avere ideato la forma perfetta, e di conseguenza tutti i suoi progetti erano uguali, situazione non gradita ai committenti…

L’Archivio Jaray da cui provengono i materiali in mostra è custodito a Zurigo, mentre la collezione di macchinine appartiene al curatore, il Presidente dell’Arsenale Institute, appassionato alla storia di questo ingegnere illuminato (ma cancellato per motivi politici) poiché lo zio lo aveva conosciuto di persona, rimanendo in contatto con un fitto scambio epistolare.

Nei locali della temporanea è esposto un post-prototipo costruito nel 2006, oltre a diversi modellini in legno costruiti per i primi test nelle gallerie del vento.

Era su tutti i giornali negli anni Trenta, ed era sua l’auto che per prima toccò i 300 chilometri all’ora. Una mostra a Venezia ricorda il grande progettista ebreo che abbiamo rimosso dalla nostra memoria.

Alessandro Scarano – Domus Magazine

Paul Jaray morì nel 1974. Povero. “Era troppo presto per le sue innovazioni, e quando i brevetti hanno cominciato ad avere un senso, erano in scadenza”, spiega Bastiaan D. van der Velden, lo studioso olandese che ha supportato Scheppe nella ricerca per la mostra di Venezia. Aggiunge che Jaray ebbe la meglio con Chrysler in un processo dopo la guerra, ma era poca roba. L’uomo che negli anni Trenta “era su ogni giornale e rivista”, sottolinea van der Velden, praticamente scomparve nel dopoguerra. Com’è scomparsa la sua intuizione nell’industria dell’automotive, dove l’idea di un modello unico e aerodinamicamente perfetto fu spazzato via per ovvie necessità di mercato. L’auto come la conosciamo, il prodotto di consumo definitivo della seconda metà del Novecento, doveva essere capace di declinarsi in infiniti modi e forme, come utilitaria o status symbol. Doveva incarnare un desiderio commerciale, non essere il prodotto perfetto che nessuno avrebbe mai rimpiazzato.  

Al tempo stesso, la forma aerodinamicamente perfetta propugnata da Jaray fu usata proprio dove era inutile, in una infinita serie di prodotti d’uso comune, dai ferri da stiro alle lampade Art Deco. Una piccola vetrina a Venezia ne raccoglie alcuni. Ce n’è anche uno di Gio Ponti.

Alessandro Scarano – Domus Magazine

La mostra – consigliatissima – sarà visitabile fino a fine gennaio, con orario 10.30 – 12.30 e 14.30 – 18.30, e si raggiunge in vaporetto scendendo alla fermata Giardini Biennale.

Un grazie particolare a Sara, la preparatissima guida presente durante la mia visita che ha saputo fornirmi tantissime informazioni e spunti per ulteriori approfondimenti!

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