Alla Galleria Michela Rizzo dal 3 febbraio l’analisi artistica del denaro

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Apre il 3 febbraio per chiudere il 12 marzo la mostra “Money Money Money – Denaro, valore, speculazione”.

La mostra ospitata nella Galleria Michela Rizzo, a cura di Elena Forin, analizza il concetto di ‘valore’ e con le sue tante declinazioni in termini di mercato, economia, immaginario, potere, tempo e denaro.

In questa prospettiva, Money Money Money è stata pensata per restituire un momento di
riflessione e un’analisi trasversale su uno dei grandi snodi critici e tematici di questo tempo.
Tra le tante letture possibili, l’allestimento mette in evidenza alcuni gruppi di significato attorno ai
quali è possibile misurarsi – dalla messa in scena del potere economico e politico, agli immaginari
legati al denaro, fino all’opera d’arte e all’azione artistica nella sua presenza visiva, concettuale e
di mercato.

La mostra prevede un percorso espositivo in cui artisti appartenenti a generazioni diverse e caratterizzati da ricerche, linguaggi e interessi anche profondamente distanti, si confrontano con questo ampio e variegato tracciato.

Antoni Muntadas con The Bank (1997), appartenente all’ampio ciclo di lavori On Translation, si chiede in quanto tempo una certa somma possa svanire attraverso un sistema progressivo di cambi valuta, e, riproponendo la bandiera europea dove le stelle dei dodici paesi fondatori riportano i simboli delle relative monete, mette in primo piano la natura prettamente economica e politica della Comunità.

L’implosione del mercato finanziario e la conseguente catastrofe dei primi anni del nuovo millennio viene raccontato da Nanni Balestrini: ai frammenti de La tempesta di Giorgione (1502-1503 circa), la cui natura idilliaca è presagio di una calamità imminente, si mescolano dollari strappati (a indicare la responsabilità che ha causato il danno speculativo) e lettere casuali, traccia di ciò che rimane di un’umanità incapace di decifrare, rielaborare e resistere all’impatto delle proprie azioni.

Andrea Mastrovito con il film disegnato fotogramma per fotogramma Nysferatu (2018), si interroga su alcuni dei più gravi cortocircuiti sociali causati negli USA con l’attuazione di politiche economiche aggressive. Attraverso le installazioni Bar C33 (2015) e Il critico come artista (2016) mette in scena l’instabile precarietà di un presente in cui persino i valori legati all’educazione sono assestati sul denaro.

Francesco Jodice con la serie West (2014-2022) crea una “piattaforma di osservazione sull’ultimo grande impero occidentale” in cui la storia americana, dalla grande ascesa della corsa all’oro al crollo finanziario del 2008, è restituita attraverso opere che documentano tanto la maestosità geologica dell’ovest americano quanto la sua attuale contraddittorietà, tra campagne di militarizzazione e nuclearizzazione, sviluppo tecnologico e visione hollywoodiana. Le cinque opere presentate ci invitano a compiere un viaggio alla fine dell’eroica epopea del liberismo.

Ryts Monet isola e rielabora gli elementi naturali, come piante e fiori, e architettonici riportati sulle banconote, amplificando i paradossi radicati nelle scelte visive condotte dai paesi per rappresentarsi attraverso le valute: ciascuna delle opere esposte ci permette infatti di disarmare il campo minato che si nasconde all’interno dell’universo delle monete, facendo emergere da un lato la ricerca di una monumentalizzazione dell’immagine internazionale attraverso il denaro, dall’altro il cortocircuito creato dall’emblematica e ricorrente presenza di specificità naturali.

Aldo Runfola, invece, si interroga su quali siano i meccanismi di genesi dell’opera d’arte e affida al denaro il compito di definirne l’aspetto visivo: lanciando delle monetine sulla tela vengono infatti stabiliti i punti d’azione dell’artista, che seguirà le tracce lasciate dal lancio. “Il senso di questi lavori – sottolinea però Runfola – non è quello di affermare il caso, ma al contrario togliere al caso ogni accidentalità, ogni imprevisto. In questo senso, i lavori ricamati testimoniano una visione parziale della pittura, critica degli aspetti edonistici che si esprimono nelle gocciolature, nelle colature, nelle sbavature, negli ingombri materici, tutto ciò di imprevisto possa accadere sulla tela”.

Il mondo dell’arte nel suo legame con il mercato non fa eccezione e rientra pienamente in questa analisi come uno degli universi da esplorare e di cui restituire i meccanismi: Fabio Mauri nella sua Serie sociale, un nucleo di cinquanta fogli monocromi di colori diversi del 1974-75, propone opere il cui prezzo, dal primo esemplare all’ultimo, continua a duplicarsi fino a comporre una cifra inimmaginabile (da 15.000 lire fino a quattro trilioni cinquantatré miliardi sessantatré milioni seicentottantamila lire).

Similmente Lucio Pozzi con i Red Planets lavora da un lato sui concetti di presenza, vuoto e distanza, e dall’altro sull’aumento di valore costante e progressivo delle singole tavole. L’aspetto mercantile, o ‘mercatile’ come dice Pozzi creando un neologismo volutamente ambiguo, si mostra in questi due cicli e nella visione di questi due grandi artisti come un processo totalmente arbitrario che nulla ha a che vedere con la presenza specifica dei lavori, che giocano sul fatto di essere ‘più o meno’ simili o addirittura uguali – e quindi non tali da motivare, almeno apparentemente, impennate o variazioni in termini di costo.

A intersecare il ragionamento sull’opera e il suo valore è anche Cesare Pietroiusti che con Mangiare denaro – un’asta/Eating Money – an Auction, ideata e realizzata con Paul Griffiths, e in generale con il ciclo Paradoxycal Economies, si sofferma su possibilità e varianti del tema dello scambio. La performance, svoltasi nel 2005 in Viafarini a Milano, metteva in scena un’asta in cui gli avventori potevano offrire una cifra corrispondente alla somma di due banconote (ad esempio 20€+10€, o 200€ e 100€ come nel caso di chi si era aggiudicato l’asta a Milano) e al miglior offerente spettava la vincita, ovvero la restituzione delle due banconote dopo essere state ingerite ed evacuate dagli artisti, unitamente a un certificato. Il denaro, in questa prospettiva, da semplice strumento/elemento di transazione diviene parte cruciale del processo artistico, facendo letteralmente coincidere l’azione con la sua dimensione economica: la pratica creativa, il valore dell’operazione, il senso stesso dello scambio e la dinamica dell’accordo sono integrati in un unico procedimento, attivato da un desiderio anch’esso sfaccettato, e che in questo caso ha a che fare con gioco, competizione, produzione, possesso, autenticità e acquisizione.

Il percorso costruito attraverso queste e altre opere degli autori menzionati, auspica una riconsiderazione del concetto di ‘valore’ a partire dagli innumerevoli fattori che queste straordinarie visioni fanno emergere. Le riflessioni spesso nascoste, latenti o invisibili nella gestione quotidiana del denaro, le forme di attenzione nei confronti di elementi spesso ritenuti neutrali, insieme a modalità di ricerca capaci di attivare una reciproca consapevolezza tra l’individuo e il sistema, costituiscono alcune delle azioni e strategie di Money Money Money. Un avvertimento, elaborato tramite l’arte visiva, per farci riflettere sui pericoli che si insinuano nella superficialità, spesso ingenua, con cui affrontiamo ogni giorno il tema del denaro.

Un ringraziamento speciale a Simone Frittelli.

Dal Comunicato stampa ufficiale della mostra

La mostra è visitabile dal martedì al sabato, dalle 11.00 alle 18.00.

La Galleria Michela Rizzo si trova alla Giudecca, all’800Q, a due passi da Molino Stucky. La fermata di vaporetto più vicina è Giudecca Palanca.

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