Biennale di Venezia 2026 e alcune collaterali: le mie impressioni

Avatar di LauraPosted by

Ebbene sì, ce l’ho fatta. Dopo più di un anno sono tornata a Venezia. E sono stata a visitare la Biennale e alcune collaterali.

Bando alle lacrime e via di mie impressioni:

  • Minor keys ma per davvero… Ho trovato tutto in tono minore, tanto, troppo. Questo non vuol per forza dire “migliore” solo perché non si segue il mainstream. Non è che le cose meno note siano meglio a prescindere. Forse si poteva fare uno sforzo e, pur rispettando la memoria della Curatrice, completare anche con altri artisti e altre voci. Chi può dire che anche lei stessa non ci avrebbe messo più europei o almeno un italiano?
  • Non sopporto più questa ossessione inspiegabile verso i locali bui e gli allestimenti scurissimi. Quando passerà questa moda sarà sempre troppo tardi. Si fa giustamente attenzione all’accessibilità ma per chi ci vede poco o è astigmatico sta diventando tutto difficilissimo. Che sia forse per non dover rifinire gli allestimenti fino nei dettagli? Ma mille volte meglio le scrostature alle pareti come Kapoor ci mostra a Palazzo Manfrin, del dover procedere a tentoni gestendo le vertigini e farsi venire il mal di testa perché si deve costantemente sforzare la vista. Bonus: le didascalie da trovare tipo caccia al tesoro e ovviamente scritte con caratteri dalla dubbia leggibilità.
  • Per la prima volta diverse partecipazioni nazionali mi hanno trasmesso poco o niente. La Gran Bretagna per esempio (salvo le 26 domande). L’argomento dell’edizione non è di sicuro fonte di alte ispirazioni, e chi si è attenuto ha presentato contenuti piatti. Ce la facciamo a proporre qualcosa di più innovativo? Di più forte? Che spinga verso qualcosa di potente? Abbiamo passato gli “anni interessanti” (ossia difficili, obiettivamente perfetti per il Covid ma bastava meno), ci sono stati gli “stranieri ovunque” (e grazie), e prima – forse la più forte – il “Latte dei sogni”. Qui il surrealismo aveva dato una spinta importante. Ma altrimenti mannaggia…
  • La Spagna mi ha stupito con un’installazione apparentemente semplice ma dagli infiniti livelli di lettura e dalla grande difficoltà realizzativa. Los restos, di Oriol Villanova. Da non perdere!
  • Interessante anche il Belgio, con It never ssst, parole su lastre di gesso portate da Miet Warlop a metterci davanti al peso e alla volatilità di quello che diciamo quando trasformiamo pensieri in suoni.
  • Alle Corderie l’opera di apertura assume grande valore se spiegata dalle mediatrici culturali (straordinarie! Chiedete informazioni sulle creazioni e vi si aprirà un mondo!). Khaled Sabsabi ha creato un’installazione site specific incredibile e multisensoriale da vivere con lentezza. Le pareti sono una grande tela dipinta, e sopra vi viene proiettato lo stesso disegno della tela, ma percorso da figure in movimento sovrapposte. Lo stesso autore presenta anche nel Padiglione Australia, ma alle Corderie l’effetto è amplificato dalle dimensioni.
  • Guida cartacea: di difficile consultazione e poco aiuta ad approfondire e capire le opere, cosa peraltro non semplificata nemmeno dalle didascali. Pannelli da rincorrere – come accennavo sopra – e decifrare nella loro scarsa leggibilità. Per la prima volta non sono riuscita a tenere traccia puntuale della corrispondenza opera – didascalia scattando le foto, perché non erano nelle immediate vicinanze e in alcuni casi le corrispondenze erano anche rese dubbie dai posizionamenti. Anche l’app Bloomberg non aiuta un granché. È un peccato che non ci si concentri anche su questi aspetti di fruibilità e di esperienza culturale.
  • Il Padiglione Arabia Saudita ha una suggestiva installazione di 29.000 mattoni d’argilla. Notevole!
  • Nick Cave e Duchamp compaiono così, in modo poco collegato ma totalmente apprezzabile e gradito.
  • Il Padiglione Italia con le opere di Chiara Camoni abbandonate al buio (sulla guida viene chiamata romanticamente “penombra”, boh, fatto sta che si vede poco), peccato, di sicuro ci sarebbe da apprezzarle meglio, specie con un più ricco apparato didascalico.
  • Non ho capito perché il Padiglione Grecia sia risultato il più gradito dal pubblico. Ma de gustibus. Dovrebbe essere una rivisitazione in chiave artistica di un’escape room ma, da amante del genere, l’ho trovata caotica e di complicata lettura.
  • STUPENDO il Padiglione Venezia! Mi sono commossa a leggere i testi descrittivi degli oggetti di uso quotidiano prestati da veneziani e amanti di Venezia. Bella idea, magari semplice, didascalico, ma non deve essere tutto per forza complicato.
  • Comoda la navetta Alilaguna che porta dalla fine dell’Arsenale alla Tesa 105, che si può attraversare per raggiungere la fermata ACTV Bacini. Se si è pratici. Se non lo si è, ciao córe. L’assenza di segnaletica atta a SEGNALARE (da cui il nome) rende i meno pratici “fastidiosi” e li obbliga a dover chiedere informazioni a chi si trova. Io capisco che i turisti siano un fastidio, appunto, ma non fornire segnaletica adeguata il fastidio lo amplifica perché rende indispensabili interazioni che potrebbero essere evitate. Ho recuperato dei visitatori che stavano girando come dei mini-pac man fuori dalle Tese, non mi pare il massimo.
  • A Punta della Dogana le temporanee dedicate a Lorna Simpson e Paulo Nazareth sono da vedere. Più comprensibili rispetto alla media delle mostre usualmente ospitate in questa sede.
  • Palazzo Grassi (stesso biglietto di Punta della Dogana) ospita Michael Armitage. Non i miei due cent, ma se si ha già il biglietto di Punta della Dogana un giro è d’obbligo.
  • A necessary fiction: STUPENDA! All’Abbazia di San Gregorio (Dorsoduro, due passi dalla Salute), Padiglione a cura dell’Arabia Saudita, una mostra straordinaria sul legame tra mappe e arte. Ricchissima e ottimamente supportata da un apparato didascalico chiaro e informativo. Bellissima anche la sede.
  • La temporanea dedicata a Chihuly all’Istituto veneto di scienze e arti (in Campo Santo Stefano, due passi dal Ponte dell’Accademia) è interessante e diverse opere dell’artista, ma la sua produzione è ovviamente nota soprattutto per quelle monumentali, e qualcosa si perde nel passaggio. Anche qui, locali inutilmente bui. L’epidemia di oscurità continua.
  • PAZZESCA la temporanea dedicata a Wallace Chan alla Pietà! Assolutamente da non perdere, sono in mostra tre opere di grandi dimensioni in titanio che sono un legame tra scultura, simbolismo e artigianato orafo-gioielliero di altissima maestria. Creazioni di grande formato, come dicevo, ma piene zeppe di dettagli in cui perdersi per ore. Vessels of other worlds è in connessione con una mostra in corso a Shanghai dove le stesse opere sono esposte in forma… ancora più grande! Attraverso tre webcam si possono vedere le reazioni comprensibilmente stupite dei visitatori della mostra cinese. Le sculture rappresentano le diverse fasi della vita. Uno sfoggio incredibile delle sue grandi capacità progettuali e realizzative. Ecco, se dovessi consigliare una sola mostra da vedere in questi giorni, sarebbe senza dubbio questo. Vi è anche una sede secondaria alla Scala Contarini del Bovolo, ma non sono riuscita a incastrare gli orari.
  • Alle Stanze del vetro Il Vetro di Murano e la Biennale di Venezia 1948 – 1958, scelta antologica che fa uscire dagli archivi opere senza dubbio notevoli. Vale sempre la pena. Peccato per le Stanze della fotografia chiuse.
  • Non sapevo invece dell’esistenza della mostra dedicata a Georg Baselitz Eroi d’oro alla Fondazione Giorgio Cini (e dire che da aprile cerco di andare a vedere la temporanea a lui dedicata a Firenze). Inattesa quindi, e ancora più gradita per le opere di enormi dimensioni su tele dorate.
  • Poco più in là, nell’Abbazia di San Giorgio (Campanile chiuso per manutenzione, non fatevi venire la voglia di salirci per vedere il panorama di Venezia dall’alto) Barry X Ball, con The shape of time. Grande sfoggio di capacità scultoree incredibili, con opere suggestive come i Buddha raccolti nella Sacrestia. Da vedere.
  • Spostiamoci ora alla Giudecca, alla Casa dei Tre Oci, ora della Fondazione Berggruen. Rimpiango nostalgicamente le mostre della gestione precedente, e mi fermo qui. Comunque ora ospita Joseph Kosuth, e il biglietto dà accesso anche a Palazzo Diedo, altra sede della Fondazione.
  • Passiamo a questo. A Palazzo Diedo è ospitata Strange Rules. Mostra di protocol art, un mix di arti visive e tecnologie digitali. Sospendo il mio parere. Tanto mi era piaciuta Janus due anni fa, quanto poco mi ha detto questa (e ho un background informatico). Salvo il più leggibile site specific di Urs Fisher Omen, con 600 gocce in vetro di Murano a decorare il volume di una stanza.
  • A Palazzo Mora l’ECC non sbaglia un colpo ed è una garanzia. Confluences è da vedere. Collezionando i tre timbrini sul loro “passaporto”, che ci si può far apporre nelle tre sedi (Giardini della Marinaressa e Palazzo Bembo le altre due) si ricevono tote bag e catalogo. La mostra è ricchissima e di estremo interesse ma bisogna visitarla in giornate non calde perché c’è letteralmente da svenire. E non sto esagerando, purtroppo.
  • Incredibile scoperta la poco e mal promossa Man Ray – L’immagine ritrovata. Sì, ci sono poster in giro per la città, ma non riportano né le date, né la sede di svolgimento. Che senso ha? Mah. Comunque la mostra è ospitata a Ca’ Giustinian, dove le fotografie di Man Ray sono esposte nella suggestiva sede in modo quasi casuale. Basterebbe un paravento dell’Ikea per riparare la vista sulla cucina industriale che invece campeggia a metà della manica di visita. Anche per rispetto a chi in cucina ci lavora. Mi chiedo quanto si debba essere disinteressati per non pensarci e non avere quel minimo di cura. La mostra ricorda quella del 1976 dedicata al grande Man Ray. Sono esposte 160 ristampe donate all’archivio della Biennale dall’artista.
  • Alla Fondazione Louis Vuitton per la prima volta ho trovato un’opera di video-arte che mi ha emozionato e tenuta incollata per più di pochi secondi. Doku – The illusion, di Lu Yang, ha dentro un po’ tutto, poesia, distopia, manga, telenovelas, e tutto questo con incredibili capacità realizzative. Mi ha toccato, anche se non so spiegarne bene in modo razionale il perché.
  • SUPER Peggy Guggenheim a Londra, ospitata alla Peggy Guggenheim Collection. Si va sempre sul sicuro, ma qui siamo a un altro livello! Racconta la nascita della Peggy Guggenheim collezionista/gallerista (e poi mecenate straordinaria) iniziata con la Guggenheim Jeune a Londra, dal 1938 al 1939. Da lì inizierà a coltivare l’idea del Museo che aprirà poi nelle stanze della Collection. Nella Jeune ospiterà 21 mostre in 18 mesi, comprese diverse prime (anche Kandinsky e Tanguy) e di alcune artiste donne. Chapeau, come sempre.
  • Anish Kapoor nel suo Palazzo Manfrin continua a stupire con opere di grandi dimensioni e tecnicamente incredibili. Da vedere!

Grazie per essere tornati qui e per essere rimasti… E voi, cosa ne pensate?

Di seguito alcuni miei scatti.

2 comments

Lascia un commento