Biennale di Venezia 2026 e alcune collaterali: le mie impressioni parte 2

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Ce l’ho fatta, sono tornata a Venezia per altri quattro giorni. Avevo motivi burocratici per farlo, la mia casetta mi fa penare, ma sono riuscita a vivere queste giornate come un “prolungamento” di vacanza.

Palazzo Bembo – European Cultural Center

Ho voluto completare la visita delle tre sedi dell’ECC, e come al solito non ne sono rimasta affatto delusa! Come accennato nell’articolo precedente, in ognuna delle tre location ECC era possibile farsi apporre un timbrino sul catalogo di visita; al completamento della raccolta viene consegnata la shopper e il catalogo completo. Una bella idea per ingaggiare i visitatori e invogliarli a visitare tutto l’apparato esposto. Interessantissima come sempre la selezione delle opere. Mi hanno colpito le sculture di Steve Simmons (c’è una lettera di Barak Obama a ringraziamento per un’opera, la balena), i fiori d’acciaio che esplodono dalla tela formando quadri 3D e la ballerina astratta mi sono entrati nel cuore. Molto bella anche la collettiva di artisti cinesi Hangzhou to Venice, con tre trend di arte contemporanea del dragone in 57 opere. Forse la saletta è un po’ soffocante, complice il caldo infernale e la mancanza di ventilazione (ma anche per le dimensioni ristrette), speriamo che in futuro concedano più spazio. Mi sono piaciute le sculture, i diversi quadri materici. In un’altra sala è ospitata Frozen in life, la personale di Anna Thurber. Mi ha fatto sorridere il guest-book con sulle pagine dei prompt che suggeriscono cosa scrivere, un’idea carina per incentivare anche i più timidi a dire la loro. Non memorabile ma curiosa anche Eyes of the past and future. I vasi-mobile di Oculta Studio sono ipnotici. Come al solito, quando state visitando le sale dei palazzi veneziani non dimenticate di sbirciare fuori dalle finestre. Palazzo Bembo vi regalerà una meravigliosa vista sul Ponte di Rialto. Una stanza è tutta intessuta di strutture di bambù, tanto fragili quanto maestose, opera di Tanabe Chikuunsai IV, dal titolo The way of interbeing. Un’opera site specific pazzesca. Notevole anche la personale di Hironime Nakamura, Your ark, un creatore di bambole (sì, bambole) che espone un’ideale Arca di Noè contemporanea, con raffigurazioni di umani e animali (e oggetti, tra i quali anche un taxi veneziano decisamente posh).

Palazzo Bembo ospita anche la mostra Unison di Rita Sabo, dal linguaggio visivo fortemente scandito da simboli e richiami arcaici. A me è piaciuto molto e l’ho girata a lungo, anche se di per sé non è enorme.

Camminando per le calli, ho scoperto un angoletto delizioso, il negozio di fascinator e cerchietti di Evelyne Aymon (non sponsorizzato)

Scala Contarini del Bovolo

Qui ho fatto un’altra full-immersion nel mondo fatato di Wallace Chan. Dopo aver visto l’esposizione alla Pietà, che ribadisco essere IMPERDIBILE, ho voluto dare un’occhiata anche a questa sede secondaria in cui è ospitata Mythos. A parte la poca comprensibilità di come è stato scelto di disporre le opere, come al solito le sue esposizioni sono assolutamente da vedere. La Scala Contarini del Bovolo consente inoltre di godere di una vista panoramica su Venezia davvero impressionante. In questa mostra emerge la maestria di Wallace Chan nel lavorare un materiale difficile come il titanio, plasmandolo e facendo uscire colori incredibili e surreali.

Zacaria’s

Questa è una chicca che ho scoperto per caso passeggiando con la mia amica Ornella. Una bottega artigianale venezianissima con oggettistica deliziosa e per tutte le tasche. Creazioni Made in Venice (la proprietaria lavora mentre è seduta al banco e segue con pazienza e dedizione i clienti) di tutti i tipi: taccuni, portafogli, portaocchiali, totebag, biglietti, pochette, portachiavi, stampe, ventagli, segnalibri, … il tutto disseminato di tracce di Venezia (come per esempio le canne di murrina per decorare le cornici). I prezzi sono superaccessibili e gli oggetti sono davvero perfetti come souvenir per sé o da regalare (meglio qualche regalo in meno ma di qualità e di vero Made in Venice, piuttosto di comprare quegli obbrobri plasticosi a un euro fatti dall’altra parte del mondo).

Si trova in Calle della Fenice, 1920.

Ca’ Pesaro

Come al solito vado a Ca’ Pesaro per la temporanea e poi mi perdo per ore anche nella permanente. Ma è sempre tempo magnificamente speso. La temporanea è dedicata a Jenny Saville, nella sua prima grande mostra a Venezia, con 30 dipinti e disegni. Saville è un grande nome del gruppo YBA, e in mostra vi sono tele monumentali in dialogo con i grandi del passato (Venezia in questo semestre di arte è stracolma, fin troppo, di questi dialoghi spesso un po’ troppo forzati, ma tant’è). Nell’ultima sala sono esposti alcuni lavori creati appositamente per Venezia.

Sempre a Ca’ Pesaro è anche ospitata la personale di Herman Bas The visitors (che però chiude oggi, 30 agosto, mi spiace, non sono riuscita a finire prima questo pezzo). 30 dipinti di turisti in scenari irreali.

Il giro d’obbligo a Ca’ Pesaro mi ha incuriosito, perché mi sembra che l’allestimento della permanente sia cambiato rispetto all’ultima volta che ci sono stata, nel 2024. Sono state inserite diverse opere della Donazione De Angelis – Testa, dopo la grande mostra in cui era stata presentata. In mostra anche un Cy Twombly e un Anselm Kiefer che non ricordavo. Mi perdo sempre ad ammirare la straordinaria essenzialità delle sculture di Wildt. Al piano terra un’opera site specific di Giuseppe Di Liberto che mescola esperienza visiva e olfattiva (ce ne sono diverse in giro che puntano alla multisensorialità, qualcuna riuscita meglio, qualcuna peggio; in questa se non avessi letto manco mi sarei accorta della componente olfattiva).

Gallerie dell’Accademia – Marina Abramovich

Come non andarci? Per dire la verità, ci ho pensato un po’, non comprendendo come si possa fruire di arte performativa in assenza dell’artista… E la risposta mi è arrivata dall’esperienza: male, si fruisce male. Non aveva senso non andarci, ma a posteriori suggerisco di pensarci: se ci volete andare perché amate la Abramovich come la apprezzo io, OK, quando mai ricapita. Ma se siete solo incuriositi e non vi attira l’arte custodita nelle Gallerie dell’Accademia (due mondi più diversi non potevano trovarli), credo si possa tranquillamente saltare, anche perché il biglietto non è dei più economici. Ovvio che le Gallerie meritano sempre per l’incredibile ricchezza della collezione permanente, e l’allestimento è davvero godibile, comprese alcune nuove didascalie informali che non avevo mai visto (quella che suggerisce di guardare nel cortile, l’altra il soffitto, o quelle che informano che in alcune sale vi sono rumori continui), ma deve piacere il genere. Transforming Energy, la personale di Marina Abramovich in chiusura il 18 ottobre, è a mio avviso decontestualizzata in questa sede, nonostante il dialogo (sì, di nuovo), di una sua Pietà con la Pietà incompiuta di Tiziano. Comunque. Si può interagire con molte installazioni, e alcuni tablet riproducono una versione stile “metaverso” dell’artista che mostra come dovrebbe essere vissuta l’opera. Forse mettere video con riprese delle performance sarebbe stato più piacevole di vedere un avatar di Abramovich muoversi come in un videogioco di dieci anni fa e interagire con riproduzioni delle opere che si hanno davanti agli occhi. Mi ha convinto davvero poco.

Palazzo Franchetti

Questo suggestivo Palazzo come al solito nel corso della Biennale ospita diverse mostre.

Interessantissima Instruments of the mind di Vyacheslav Akhunov. Una sorta di archivio vivente di questo artista, raccolte in 12 sale. Alcune sono decisamente dissacratorie, altre fanno pensare. Vale la pena soffermarsi sulle didascalie prima di guardare le opere, aumenta il livello di fruizione e si scoprono particolari davvero notevoli. Mi ha colpito in particolare la prima installazione che si incontra, dedicata all'”inaugurazionite” che evidentemente colpisce politici e amministratori non solo italiani, anche se qui devo dire che raggiunge livelli davvero inquietanti, soprattutto da quando ogni foto di taglio di nastro dà il via ai post sui social con la raccolta dei classici commenti plaudenti e compiacenti. Comunque, tornando ad Akhunov, Arco trionfale trasmette alla perfezione il messaggio. Anche qui, non dimenticatevi di affacciarvi dalle finestre. Godrete di una vista spettacolare sul Ponte dell’Accademia.

Sempre a Palazzo Franchetti è anche ospitata Turandot, una collettiva di artiste mediorientali. Alcune videoinstallazioni sono davvero suggestive (e lo dico pur non amando assolutamente il genere).

Spazio Arte Contemporanea SPARC

In questa piccola ma sempre ricca sede è ospitata la personale di Leo Frontini.

San Marco Art Center

Qui livello altissimo! Straordinaria la mostra dedicata al grande Alighiero Boetti (sono di parte, lo adoro), imperdibile! 80 opere che coprono 25 anni di ricerca e creazione, in 8 sale estremamente dense (bonus: una vista decisamente inusuale su Piazza San Marco). Le creazioni di Boetti sono ironiche e solo all’apparenza semplici; provate a guardarle bene bene, da vicino e da lontano, analizzandole con attenzione e pensando a come sono state create. Wow assicurato. Ci voglio tornare perché la visita mi è stata parzialmente rovinata da uno scambio di email con un amministratore di condominio. Chi sa cosa voglia dire mi capisce…

Sempre al San Marco Art Center si trova anche la personale di Lee Ufan, artista straordinario (a me prima completamente sconosciuto, ma la mia ignoranza è nota). Opere di grandi dimensioni che sanno trasmettere emozioni pur nella loro essenzialità, o forse proprio grazie a questa. Relatum, per esempio, fili di acciaio che escono dalla sabbia, colpisce per dimensioni e complessità realizzativa.

Oratorio dei Salesiani

A due passi dalla fermata Giardini Biennale dell’ACTV si trova The house of leaking sun, di Merike Estna, il Padiglione Estonia. Solo a Venezia si trovano palestre come questa (e altre come per esempio alla Misericordia). Già solo la sede vale la visita.

Museo Navale – Ex Istituto Idrografico (lato Riva)

Stupenda la mostra Le retour dedicata a Ivan Tovar, artista di spicco del Surrealismo. Nelle (buie, come al solito) sale sono esposti 18 quadri e 3 sculture, oltre a un documentario sulla vita dell’artista. Da non perdere!

Museo Navale – Padiglione delle Navi

Qui provo emozioni contrastanti. La mostra dedicata ad Alfred Eisenstaedt mi interessava, essendo uno dei miei fotografi preferiti, in combinazione con la sede ospitante (adoro, o meglio, adoravo il Padiglione delle Navi). Purtroppo ho trovato l’allestimento terribilmente confuso, a partire dal fatto che si fa il biglietto al Museo Navale in Riva, e poi ci si sposta, e l’integrazione della temporanea con la permanente ha davvero poco senso. Aggiungiamoci la temperatura folle che, certo, non è colpa degli organizzatori, ma in certe situazioni c’è da star male senza un minimo di ventilazione. Non mi ha convinto nemmeno il posizionamento di alcune imbarcazioni esposte nella permanente, come la gondola funebre infilata tra alcune colonne. Boh. Le fotografie di Eisenstaedt sono comunque sempre da vedere. Ho scoperto ora che è curata da CAMERA Torino e sono piuttosto scioccata.

Peggy Guggenheim Collection

Ci sono tornata. La volta scorsa ero di corsa, troppo, e volevo assolutamente rivedere con calma Peggy Guggenheim a Londra – Nascita di una collezionista. Meravigliosa. Come al solito, imperdibile anche l’ennesimo giro nella permanente, perché non basta mai.

SoloShow

Una mini-chicca. Non voglio sbilanciarmi ma forse la Galleria più piccola al mondo. San Marco 2530. Passateci (se cliccate sul link sopra potrete vedere non solo la Galleria in tempo reale, ma anche cosa si vede da dentro).

Teatro Fondamenta Nuove (Cannaregio 5013)

Suggestiva la mostra Artocalypsa di David Cerny. Difficile spiegarla, consiglio però di vederla. Ovviamente, buissima anche questa (ma in questo caso vale la pena)

Ex Chiesa di Santa Caterina (Cannaregio 4941)

Questa sede ospita Belek, il Padiglione del Kyrgyzstan con le opere di Alexey Morosov. A me è piaciuto tantissimo, trasmettono forza e connessione con la natura. Nonostante non ami le videoinstallazioni, quella in mostra qui mi ha incollato allo schermo per una mezz’ora buona, con le sue riprese di riti tradizionali nomadi e i paesaggi montani dove si svolgono. Peccato per l’apparato didascalico poco rispettoso del valore del messaggio, fogli A4 stampati e attaccati con il nastro adesivo. Un’altra opera di Morosov è esposta nel Campo dei Gesuiti, non molto distante.

Fondazione Querini Stampalia

Qui ho rischiato di perdere una meraviglia: tratta in inganno dal nome della mostra, The Dreamer, che pensavo fosse l’ennesimo evento collaterale, stavo per saltarlo per brutto tempo e fretta. E invece… SUPERSCOPERTA! The Dreamer è riferito, chissà perché in inglese e non in veneziano o italiano, proprio alla straordinaria figura di Giovanni Querini, che nel Palazzo ha vissuto insieme alla sorella e che rappresentano un esempio alto di senso sociale e di mecenatismo. La mostra è il nuovo allestimento della casa-museo, davvero bellissimo (e io non sono una grande appassionata del genere), supportato da una guida cartacea o digitale – ma suggerisco sicuramente la cartacea che potete acquistare per 1 euro in biglietteria – e con l’assistenza competente e appassionata di volontarie sempre pronte a integrare le descrizioni delle opere. Davvero davvero imperdibile! Forse il più bell’allestimento di casa-museo che abbia mai visto. Nelle sale sono ben integrate alcune opere d’arte contemporanea, per una volta in modo rispettoso. Alcune scelte allestitive sono bizzarre ma funzionano ottimamente, come quella di “accatastare” il mobilio al centro della stanza, come in totem tematici. Spero questo allestimento rimanga in modo permanente, e vi consiglio assolutamente di andarlo a vedere!

Sempre alla Fondazione Querini Stampalia potrete visitare anche la personale di Hans Hartung, al 3° piano. Dotatevi di cuffiette perché la visita è accompagnata da una playlist ispirata dall’amore dell’artista per la musica. Sono esposte opere molto intense e un video suggestivo che raccoglie due momenti di creazione dell’artista distanti tra loro 40 anni (il primo è a firma del grande Alain Resnais).

Nell’Area Scarpa sono invece esposte le opere di Ding Yi, raccolte nella mostra Cosmotechnics. L’artista è il massimo esponente dell’Astrattismo cinese contemporaneo, e nelle sue creazioni gioca con la forma della croce, coniugandola in infinite ripetizioni sempre uguali ma sempre diverse.

Quante meraviglie ho visto anche a questo giro… E anche se sono tornata da poco, Venezia mi manca già come l’aria. Ho impiegato più di due ore a scrivere questo pezzo (senza IA, volevo far parlare direttamente gli occhi e il cuore), ma ci tenevo a farlo. Mi manca Venezia ma mi manca terribilmente questo blog (e voi che leggete, anche se non vi conosco).

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