Fatałità!

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Se mi venisse chiesto di scegliere una sola parola per evocare i veneziani, opterei sicuramente per fatałità.

Questa parola viene utilizzata per esprimere qualcosa di inatteso, una casualità, normalmente con accezione positiva: “stavo pensando a Maria quando – fatałità – è passata proprio di fianco a me!

Camminando nei campi e tra le calli di Venezia, ma anche in terraferma, la sentirete pronunciare spessissimo. Non solo durante le ciàcołe (le chiacchiere) in veneziano, ma anche quando i veneziani parlano in italiano con i foresti (hanno il radar per riconoscerci, a volte non hanno nemmeno bisogno di sentirci parlare…!)

Avrete notato che ho usato una L “sbarrata”. I veneziani infatti quasi non pronunciano la L, che risulta così muta. In questo caso, per esempio, suona fataità.

Questa parola mi piace non solo perché contiene la ł il cui non-suono mi riporta immediatamente alla mia amata Venezia, ma anche perché rappresenta la sintesi perfetta dell’approccio alla vita che tanto apprezzo dei veneziani, capaci – come spesso accade a chi vive in città straordinarie – di guardare le cose con distacco e con accettazione attiva.

C’è un altro aspetto che mi affascina di questa parola: se da un lato evoca una sorta di fatalismo benevolo, dall’altra rappresenta l’antitesi dell’estrema pragmaticità dei veneziani e dei veneti in genere, persone sempre pronte a rimboccarsi le maniche, grandi lavoratori che  affrontano a testa alta ciò che accade, impegnandosi in prima persona con grande senso di responsabilità.

Un aneddoto riferito al radar che consente ai veneziani di riconoscere i foresti al primo sguardo: qualche tempo fa ho avuto modo di prendere parte a una performance teatrale in veneziano che si svolgeva lungo il percorso espositivo di un Museo. Le due attrici descrivevano le opere narrando una storia popolana ambientata all’inizio del 1900. La sceneggiatura era perfetta, perché mescolava la parte didattica e storica a un divertente racconto di vita quotidiana. Camminando tra le sale con il codazzo di visitatori-spettatori appresso, una delle due attrici, passandomi di fianco, mi ha chiesto sottovoce: “Capisci cosa diciamo?”. Come avesse fatto a scoprirmi rimarrà per me sempre un mistero.

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