Futuruins a Palazzo Fortuny: partire dalle rovine per pensare al futuro

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Domenica 24 ho visitato Futuruins, a Palazzo Fortuny. Un classico “o oggi, o mai più”, visto che era l’ultimo giorno. Ma, come si dice, meglio tardi che mai!

Palazzo Fortuny con un cielo di un azzurro quasi irreale

In realtà non ero così convinta. Nonostante per me Palazzo Fortuny rappresenti comunque un sinonimo di garanzia e di grandi mostre, non riuscivo proprio a lasciarmi convincere da questa.

Non ne capivo il senso, mi sembrava anche qualcosa di un po’ depressivo, insomma, non mi sono mai forzata per trovare l’occasione di andarci.

E invece… E invece quanto mi sbagliavo!

Una mostra ricchissima, come sempre ben allestita, nonostante non debba essere così semplice utilizzare spazi già affascinanti da soli e densi di arte.

Opere di grandissimo livello, tutte ben connesse dal fil rouge delle “rovine”, partendo dai tempi antichi fino all’arte moderna.

Il Piano Terra è dedicato all’Archeologia.

L’opera che accoglie i visitatori è grandiosa, ed è Construction IV, di Anne e Patrick Poirier.

Anne e Patrick Poirier, Construction IV
Un dettaglio dell’opera
Christian Fagarelli, Crime and redemption
De Chirico – Gli Archeologi

Perfettamente contestualizzata la citazione di Freud scelta per questa sezione:

Supponiamo che un esploratore giunga in una regione poco nota, in cui una zona archeologica abbia suscitato il suo interesse. Se il suo lavoro sarà coronato da successo, i reperti archeologici si spiegheranno da soli: dalle rovine delle colonne sarà possibile ricostruire un tempio, mentre le numerose iscrizioni scoperte riveleranno un alfabeto e una lingua.

Sigmund Freud, “Saxa Loquuntur!”, 1896
Sarah Moon – Omaggio a Mariano Fortuny, 2005

Notevole la tecnica di Elisa Sighicelli che stampa in UV direttamente su travertino, dando volume all’immagine.

Elisa Sighicelli

Salendo, nel mezzanino si trova il bookshop. Come sempre, straordinaria la particolarità dei titoli proposti. Solo qui trovo libri dedicati alla curatela delle mostre, e a quanto di tecnico c’è dietro il collezionismo e all’arte di saper promuovere l’arte.

Salendo ancora, al primo piano si ha – come sempre – il classico shock che si prova quando si entra in questa meravigliosa sede espositiva. Sarà la perfetta scelta delle luci, sarà la presenza costante di opere di grandi dimensioni in bella vista appena si arriva, ma è sempre uno straordinario schiaffo di bellezza.

Il primo colpo d’occhio salendo la scala che porta al primo piano

In questo caso, a colpirmi particolarmente è stato Beyond Ruins, un enorme collage di Thomas Hirschhorn, con al lato due statue grandiose di cui però non sono riuscita a trovare i riferimenti.

Thomas Hirschhorn – Beyond Ruins
Un dettaglio di questo incredibile (ed enorme) collage

Un’altra particolarità che caratterizza tutte le mostre ospitate da Palazzo Fortuny è la presenza di opere del “padrone di casa” Mariano Fortuny.

Nel corso della sua vita si è espresso con le più diverse forme artistiche, dalla fotografia, ai tessuti, alla pittura, e – correttamente – nelle temporanee c’è sempre spazio per le sue opere.

In questo caso se ne troveranno di numerose, tra fotografie, quadri, matrici per i tessuti, …

La prima che ho incontrato nella visita è stato “Sotoportego a Venezia”

Mariano Fortuny – Sotoportego a Venezia
Tomaso Filippi, foto della Chiesa degli Scalzi dopo il bombardamento austriaco (1915)
Sono stortissime, lo so… 😦

Molto particolare l’opera, anche questa di grandi dimensioni, Acqua n. 10, di Giacomo Costa. Una lightbox, tipologia espressiva che non conoscevo ma che mi ha colpito per la luminosità e il livello di dettaglio che regala agli occhi dei visitatori.

Giacomo Costa – Acqua n. 10

Paola de Pietri con le sue foto di casali diroccati nella Pianura Padana avrà fatto venire una botta di nostalgia a molti, come anche la sottoscritta, perché non dissimili da quelli disseminati lungo le strade del Nord Italia.

Paola de Pietri

La saletta successiva è interamente dedicata a Roma.

Bella la stampa all’albume della seconda metà del diciannovesimomo secolo di Cuccioni, la Veduta dal Foro romano. Interessanti anche due stampe digitali di Masumaya, la Veduta di Campo Vaccino e la Veduta del Foro Romano. Le tre opere sono raccolte nell’immagine che segue.

Cuccioni sopra e Masumaya sotto

Immancabile la citazione di Goethe, grande appassionato di Roma e della sua storia:

Sì, sono arrivato finalmente in questa capitale del mondo! Tutti i sogni della mia giovinezza ora li vedo vivi, le prime incisioni di cui mi ricordo ora le vedo nella realtà. Tutto è come lo immaginavo, e tutto è nuovo.

Johan Wolfgang von Goethe, 1786

Presenti ovviamente le opere del mio amato Piranesi! Arco di Tito, Campo Vaccino, Colosseo (che non ho fotografato). Io sono una grande fan di questo artista che, con le sue acquaforti, ha saputo tramandare in maniera quasi fotografica la splendida e surreale Roma dei suoi tempi.

Nella sala successiva si parla di esplosioni. E di cavolfiori… Appena si entra si viene infatti storditi dai colori vividi di un’opera che fa pensare a un fungo atomico. E invece… funghi sì, ma alla base, e sopra una composizione di cavolfiori! Fantastico.

Robert Ghigorov – Boom (2002)

Colpisce anche la bella tela di Ippolito Caffi, Colosseo illuminato a colpi di bengala, del 1864. Magistrale la gestione dei colori e delle sfumature, con cui sa rendere quasi reali i bagliori sullo sfondo.

Ippolito Caffi, -Colosseo illuminato a colpi di bengala, 1864

Si fa quindi un salto in avanti nel tempo con L’Incendiario, di Arturo Nathan, del 1931.

Arturo Nathan – L’Incendiario, 1931

Una fotografia ci fa poi sussultare: è di Steve Mc Curry e sono immediatamente riconoscibili le macerie delle Torri Gemelle.

Steve Mc Curry – Wreckage on Sept. 11, 2001

Mi sono trovata a riflettere su come le rovine ci colpiscano di più quando fanno parte del nostro vissuto diretto, altrimenti ne cogliamo soltanto l’aspetto romantico e artistico, nonostante la distruzione – qualsiasi ne sia la causa – è la stessa.

Album fotografici di Mariano Fortuny
Matrice per la stampa su tessuto (post 1910)

Sempre piacevoli i capricci, panorami classici dei vedutisti in cui i pittori, normalmente molto attenti a riprodurre con attenta fedeltà ciò che li circondava, inserivano elementi classici non presenti nella realtà (statue, reperti archeologici, archi romani, …)

Giacomo Guardi – Capricci lagunari, XIX secolo
I telegrammi che annunciano la malattia e la morte di Mariano Fortuny
Il Fortuny fotografo
Mariano Fortuny

Bellissima la foto del Tetrapylon di Palmira di Lynn Davis, del ’97, posta vicina ad altre due vedute della metà Ottocento, una di Louis Courtin e una di Jean Victor Adam.

Lynn Davis – Tetrapylon di Palmira, 1997
Louis Courtin e Jean Victor Adam – Palmira

Porto Palmira nel cuore: ho avuto la fortuna di visitarla proprio nel 1997 (lo stesso anno in cui è stata scattata la foto esposta), ma il bello di quel luogo è che è – o era, vista la distruzione della guerra – fuori dal tempo, come dimostrano queste tre opere, molto simili nonostante gli anni che passano da una all’altra.

Gaspar David Friedrich – Il sognatore. 1935

Si entra poi in una stanza meravigliosa, con modelli di Teatri a ricordare l’opera di scenografo di Fortuny, ed enormi pannelli circolari di legno con stampe fotografiche incollate sopra, sempre sue.

Salendo al secondo piano si viene catapultati nel futuro, nella progettualità e nei nuovi inizi.

Judith Reigl – Guano. 1958.
Luigi Ghirri – Un piede nell’Eden, 1985 (e-print)
Altra foto mal riuscita, sorry…

La citazione che caratterizza questa terza sezione è di Salvatore Settis, che spiega una visione artistica delle rovine non solo come testimonianza di qualcosa che non c’è più, ma anche come simbolo della voglia di rinascere:

Le rovine sono al tempo stesso una potente epitome metaforica e una testimonianza tangibile non solo di un defunto mondo antico ma anche del suo intermittente e ritmico ridestarsi a nuova vita

Salvatore Settis, 2004

Si passa poi in una saletta da brividi, dedicata al crollo del Campanile di San Marco. Forse non tutti sanno che – infatti – il Paròn de casa, come lo chiamano i veneziani, è crollato la mattina del 14 luglio del 1902, miracolosamente senza lasciare vittime. E con una bella leggenda che parla della Marangona, la campana principale (di questa ne parleremo in un altro post).

In questa sala si possono vedere diverse foto scattate prima e dopo il crollo, oltre a schizzi e immagini delle fasi di ricostruzione.

Il prima-e-dopo la ricostruzione da San Giorgio (in alto) e dal Museo Correr (in basso)

Concludendo…

La visita ha richiesto un’ora e 45 minuti, che però sono letteralmente volati.

La mostra, come spero si sia intuìto, mi ha catturato e colpito; è stata una meravigliosa sorpresa e credo sia una delle più belle che io abbia visitato negli ultimi anni.

Sul folder che viene consegnato all’ingresso spicca una citazione di Chateaubriand con cui mi piace chiudere questo lungo e sentito post:

Tutti gli uomini hanno un’attrazione segreta per le rovine. Questa sensazione è dovuta alla fragilità della nostra natura, a una segreta conformità tra questi monumenti distrutti e la velocità dell’esistenza

Chateaubriand, “Genio del Cristianesimo”, 1802

Mi trovo molto in questa riflessione. Vivere il presente al meglio, consapevoli della temporaneità inevitabile della nostra vita.

Molto per la godibilità della mostra fa anche la sede espositiva, totalmente intrisa della presenza di quel genio eclettico che è Mariano Fortuny. Anche su di lui ho intenzione di scrivere un post dedicato per approfondirne la straordinaria esistenza.

Insomma, anche se siete dubbiosi, qualsiasi sia la temporanea ospitata a Palazzo Fortuny, non perdetela!

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