Le Muse Inquiete ai Giardini della Biennale

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Lo dico subito: la mostra è da vedere, ma ci sono diverse sfilacciature spiacevoli, molte evitabili.

Decido di andarci la mattina del 30 agosto, primo giorno di apertura al pubblico, e parto convinta sulla biglietteria on-line.

Me ingenua.

La procedura d’acquisto su Vivaticket è disincentivante per la farraginosità, fino a scendere quasi al ridicolo con un’infinità di passaggi, pulsanti mimetizzati, link da cliccare per arrivare a un’altra pagina in cui trovare un altro link su cui cliccare seguendo percorsi poco logici (per questo motivo ho preparato una mini-guida che trovate a questo indirizzo). E, ciliegina sulla torta, il tutto con un’interfaccia e con un iter non propriamente pensato per essere utilizzato sugli smartphone. Ora, io capisco (si fa per dire) che causa Covid si debbano evitare le biglietterie fisiche (boh), ma allora dovrebbe essere reso il più semplice possibile acquistare i biglietti anche dal cellulare. E invece non è proprio questo il caso.

Comunque riesco al secondo tentativo a fare il biglietto per le 11.00 del 30 agosto, e mi presento ai cancelli alle 10.50. Qui trovo diverse persone in attesa, alcune delle quali intente a cercare di fare i biglietti dopo aver scoperto che gli sportelli fisici sono chiusi.

Cerchiamo tutti di darci una mano reciprocamente, ma diventa palese come la scelta di appoggiarsi a Vivaticket non sia stata forse la migliore, vista anche l’assenza di supporto di ogni forma da parte del personale presente in loco.

Alle 11.05 aprono i cancelli.

Purtroppo si para davanti ai visitatori fin da subito una scena quanto meno inusuale: un gruppo di persone mollemente impegnate a riposarsi chiacchierando, subito davanti l’ingresso del Padiglione Centrale. Si presume siano dipendenti (o della sicurezza o dell’organizzazione), magari erano anche stanchi dal turno di notte – proviamo a concedere loro un alibi – ma con tutto lo spazio offerto dai Giardini mi chiedo perché mettersi a chiacchierare sbracati proprio davanti all’unico Padiglione aperto. Non dico che avrebbero dovuto fare ammuina correndo a destra e sinistra per dare una falsa idea di efficienza, ma così è stato proprio spiacevole. E il brutto biglietto da visita ha subito stimolato la coppia di turisti francesi dietro di me a fare battutine sugli italiani sempre stanchi.

All’ingresso del Padiglione viene nuovamente richiesto il biglietto (2 app e 3 click per arrivarci), e qui, botta di fortuna: alla visitatrice prima di me viene in mente di chiedere se esista una guida alla visita. L’addetta risponde di sì, e che va a prenderne alcune. Ci si chiede: eravamo tra i primissimi a entrare, perché non averne già copie a disposizione?

Comunque prendo la guida e… MENO MALE! È praticamente indispensabile per godere appieno della visita!

Appena entrati nel vivo della visita per fortuna il mood cambia e si viene trasportati nella straordinaria storia dell’Esposizione.

Difficile sinceramente capire la logica utilizzata nel definire il flusso di visita. La numerazione degli oggetti e delle immagini esposti non consente infatti di seguire un percorso fluido, e per andare dietro ai numeri (e alla guida alla visita) bisognerebbe fare avanti-e-indietro in continuazione.

Provate a vedere qui sotto lo schema relativo alla Sala 1 e quello della prima metà della Sala 2

Boh…

Comunque, anche qui, come nella mostra dedicata a Henri Cartier Bresson a Palazzo Grassi, niente didascalie, bisogna affidarsi alla guida (l’ho già detto che è indispensabile, vero…?).

Questa non è utile solo per orientarsi tra reperti e didascalie, ma è anche molto piacevole da leggere, con testi che consentono di calarsi nella storia della Biennale.

La mostra propone un itinerario attraverso l’Archivio Storico della Biennale di Venezia, ripercorrendo alcuni momenti fondamentali del Novecento durante i quali guerre, conflitti sociali, scontri generazionali e profonde trasformazioni culturali hanno premuto contro i confini dell’Istituzione veneziana. In un periodo di instabilità globale che solo negli ultimi mesi ha visto alternarsi catastrofi ecologiche, nuove pandemie e rivoluzioni sociali, La Biennale di Venezia si distingue non solo come luogo di produzione e riflessione delle tendenze più innovative delle principali discipline artistiche contemporanee, ma conferma anche il suo ruolo di testimone privilegiato di molteplici cambiamenti, drammi e crisi sociali susseguitesi dalla fine dell’Ottocento a oggi, registrando come un sismografo i sussulti della storia.

dalla guida alla visita

La guida ci spiega anche da cosa deriva il titolo della mostra. In parte ci ero arrivata (il riferimento a De Chirico), ma il significato è più ampio:

Il titolo della mostra si riferisce alle muse, le divinità della mitologia greca, figlie di Zeus e Mnemosine, che rappresentano varie discipline artistiche, e che qui sono una metafora dei sei settori della Biennale, cioè Arti Visive, Architettura, Cinema, Danza, Musica e Teatro. Figlie della memoria, le muse si volgevano al passato con sguardo retrospettivo, ma grazie alla forza della creazione artistica immaginavano nuovi mondi e nuove possibilità. Il titolo è anche un riferimento al celebre quadro di Giorgio De Chirico Le Muse Inquietanti (1916), esposto alla XXIV Esposizione Biennale Internazionale d’Arte nel 1948; in quest amostra però le muse sono inquiete perché si misurano con il mondo al di fuori dei confini delle arti.

dalla guida alla visita

Andando sul contenuto, la mostra è estremamente ricca e approfondisce con rigore e contemporaneamente con leggerezza gli intrecci tra la Biennale e la storia che le è scorsa attorno.

Interessantissimo anche il taglio che è stato dato nella selezione dei contenuti, privilegiando il racconto dal lato dell’organizzazione.

Non aspettatevi quindi di trovare quadri o più in generale opere d’arte propriamente dette.

I protagonisti dell’esposizione sono i bozzetti, i progetti, i carteggi, le lettere, i telegrammi, i ritagli stampa, … tutte quelle testimonianze che costruiscono una meravigliosa narrazione del dietro alle quinte delle Biennali passate.

I pezzi esposti sono davvero notevoli e ci si perde a leggerli come in un lungo racconto. Basti dire che nelle due ore che ho potuto dedicare alla visita (purtroppo avevo i tempi contati) non sono assolutamente riuscita a vedere tutto, e dovrò tornarci sicuramente.

La prima sala, Il Festival del Cinema 1932 – 1939, colpisce per la maestosità dell’allestimento, arricchito ulteriormente dalla stupenda cupola del Padiglione.

La seconda sala è divisa in due parti, la prima dal titolo La Biennale durante il Fascismo, 1928 – 1945, e la seconda La Guerra Fredda e i nuovi ordini mondiali, 1947 – 1964.

Il 1° marzo 1927 La Biennale di Venezia nomina un nuovo segretario generale, lo scultore e critico d’arte fiorentino Antonio Maraini, che succede a Vittorio Pica, che aveva supervisionato le edizioni del Dopoguerra (1920, 1922, 1924, 1926). Maraini si fa aiutare nell’organizzazione da alcuni influenti amici come Ugo Ojetti, Margherita Sarfatti e Marcello Piacentini. La buona conoscenza che Maraini ha della situazione artistica italiana gli permette di portare alla ribalta artisti come Massimo Campigli, Carlo Carrà, Felice Casorati, Virgilio Guidi, Tullio Garbari, Pio Semeghini, Gino Severini, Mario Sironi, Ardengo Soffici, Alberto Tosi, Lorenzo Viani, Arturo Martini, Massimo Marini e Giorgio Morandi.

dalla guida alla visita

In questa sala vedremo come sia sempre stato difficile far quadrare il bilancio quando si parla di cultura… Il Podestà di Venezia nel 1929 lamenta per le vie epistolari a Maraini il disavanzo di ben 1.100.000 lire!

Provate a ingrandire le immagini e a curiosarci scopra. Scoprirete curiosità, censure, inviti ritirati, e tante altre chicche inattese…

La terza sala è Il Sessantotto: tra contestazioni e nuovi ideali.

La Biennale, vista come simbolo della cultura borghese con uno statuto anacronistico, diventa l’obiettivo principale di tutte le contestazioni. Le autorità si preoccupano per i possibili disordini dopo che a maggio la Triennale di Milano era stata occupata.

dalla guida alla visita

Diversi artisti eviteranno di prendervi parte, altri parteciperanno ma esporranno “al contrario” le loro opere in segno di sostegno ai manifestanti, in Piazza San Marco le contestazioni vengono represse dalle Forze dell’Ordine.

La narrazione del periodo è affidata ad audiovisivi. Fotoreportage e ritagli di stampa si susseguono sui diversi schermi che riempiono la sala, e ci sarebbe da trascorrerci ore.

Volendo invece proseguire, si arriva alla sala 4: Anni Settanta: interdisciplinarità e impegno politico.

Qui si entra nel periodo che ha visto la presidenza di Carlo Ripa di Meana. La guida alla visita snocciola nomi e cariche dei componenti del vertice della mostra indicando anche per ognuno non tanto la disciplina artistica di competenza, quanto il partito politico di appartenenza… Molto indicativo di una lottizzazione che ai tempi era quasi naturale.

Il nuovo Statuto, arrivato dopo lunghe discussioni, prevede l’introduzione di architettura e televisione come nuovi settori, e si inizia a pensare all’Esposizione come un organismo che deve uscire dalle sedi storiche per allargarsi in città (un esempio sarà il teatro nel Petrolchimico di Marghera).

La lettera del Presidente Carlo Ripa di Meana a Vittorio Gregotti, con indicazioni per l’allestimento dello scabroso Le macchine Celibi, di Harald Szeeman, nel 1971

Dalla sala 4 si può decidere di salire i gradini che portano alla sala 5, o scendere quelli che portano alle sale 6 e seguenti.

La sala 5 è dedicata all’edizione del 1974 della Biennale, dal titolo Libertà al Cile. E la sala offre anche una piacevole vista panoramica sulla sottostante sala 2.

La sala 6 mi è rimasta un po’ oscura, comunque è dedicata a Sofija Gubajdulina, tra musica applicata e musica assoluta. Non mi addentro a parlar di cose che non capisco.

Partitura di “Rumore e silenzio”, di Sofjia Gubajdulina

La sala 7 è dedicata al tema La Biennale del Dissenso, 1977. Lascio spiegare meglio alla guida alla visita:

La Biennale del Dissenso del 1977 rappresenta il primo atto di sostegno politico e culturale, compiuto in Italia, nei confronti delle tante persone che a vario titolo resistevano in Unione Sovietica e nei Paesi comunisti. Il progetto, convintamente proposto da Carlo Ripa di Meana (senza l’approvazione del Consiglio direttivo) è da subito osteggiato dal Governo sovietico che esercita ogni forma di pressione sul Governo di Roma e in particolare sul Partito comunista italiano che, se in un primo momento è favorevole all’evento, è poi costretto dal ricatto di Mosca a opporvisi.

dalla guida alla visita

La sala 8 è intitolata Il postmoderno e la prima Biennale di Architettura, 1980. Da qui in poi scompaiono i numeretti che dovrebbero rendere riconoscibili i reperti esposti. Si va a occhio e ci si arrangia abbastanza bene.

In particolare viene raccontata per immagini e per parole Strada novissima, la mostra centrale allestita alle Corderie dell’Arsenale, per la prima volta aperte al pubblico.

La mostra offre al visitatore un’esperienza diretta e tattile dell’architettura, un’esposizione, come sottolinea Portoghesi [Direttore della Biennale ’80, NdL]: “con l’architettura e non sull’architettura”. A realizzare la Strada novissima, che apre un vivace dibattito sul Postmoderno diventandone un simbolo, vengono chiamati prestigiosi architetti da tutto il mondo, …

dalla guida alla visita

La sala 9 è La Biennale e la società dello spettacolo. Qui si affronta il tema degli scandali più o meno voluti nel corso degli anni.

Già nella primissima edizione del 1895 Giacomo Grosso aveva esposto un quadro – Il supremo convegno – che aveva irritato la Chiesa. Si avranno poi i casi di Carmelo Bene, di Jeff Koons, il collettivo Mass Moving, Pasolini e la Lolita di Kubrick. Questi e altri casi esemplari sono esposti in questa sezione che ben rappresenta l’evoluzione del senso del pudore nel corso di oltre un secolo.

Il suggestivo Giardino Scarpa ospita Tan Dun, tra musica tradizionale e tecnologia.

Qui si possono ascoltare le note di tre brani del musicista cinese Tan Dun.

La musica rituale sciamanica ha mantenuto un ruolo essenziale nella poetica e nella tecnica compositiva di Tan Dun e il suo ideale di musica organica in simbiosi con l’ambiente è espresso nelle composizioni in cui elementi naturali come acqua, pietre, oggetti di carta e di ceramica interagiscono con i tradizionali strumenti dell’orchestra. D’altro canto, anche la tecnologia ha un’importanza decisiva nella sua opera: personaggio unico nel panorama mondiale, Tan Dun è uno dei pochi compositori contemporanei capace di diventare fenomeno popolare, con 15 milioni di visualizzazioni su YouTube per la sua Internet Symphony.

dalla guida alla visita
L’Internet Symphony suonata dalla YouTube Orchestra

La sala 11… boh, la sala 11 non pervenuta.

Dal Giardino Scarpa (che presumo sia la sala 10) si passa alla sala 12, Anni Novanta: dagli Stati-Nazione alla Biennale Globale.

La rappresentazione dell’identità nazionale attraverso i padiglioni è un’altra manifestazione altamente simbolica del potere che gli stati-nazione cercano di esercitare nel corso del Novecento. Questa stanza include una ricognizione della storia dei padiglioni nazionali ai Giardini di Castello, specchio delle dinamiche geopolitiche del Novecento ricostruite attraverso i cambiamenti architettonici degli edifici, a partire dal primo padiglione costruito nel 1907, quello del Belgio.

dalla guida alla visita
La timeline dei Padiglioni nazionali ai Giardini. Un intensissimo viaggio nel tempo!
Confesso che questa è una delle mie parti di mostra preferite

La piccola e raccolta sala 13 è dedicata al Padiglione Centrale dal 1895, giusto approfondimento conclusivo ai luoghi che ci hanno ospitato fino a quel momento.

In conclusione: una mostra straordinaria che verrà particolarmente apprezzata da chi ama scoprire quello che c’è dietro alle mostre, da chi viene incuriosito dai retroscena, dalle attività organizzative, dalla complessità logistica, insomma, da quello che consente al pubblico di godere del BELLO delle arti.

Io l’ho apprezzata davvero moltissimo e, come accennato, ci tornerò sicuramente almeno un’altra volta.

Mi spiace che non sia stata comunicata a mio avviso in modo tale da rendere chiara l’ampiezza e il valore dei contenuti. Il giorno del vernissage sui social ho buttato un occhio ai post istituzionali dedicati all’inaugurazione e sinceramente avevo deciso di non andarci. E invece meno male che non ho ceduto alla poca attrattività comunicata, ho sfidato l’iter kafkiano della biglietteria on-line e ho varcato i cancelli dei Giardini!

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